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l'e-maleducation
Negli
ultimi anni e con l’avvento di Internet, sono state coniate molte parole nuove:
alcune indispensabili a indicare nuovi oggetti e servizi per esempio quali
e-mail, e-commerce, altre create al solo scopo di far immaginare scenari futuristici
come e-government, e-learning o addirittura e-health. Un elemento accomuna
tutti i nuovi termini, creati unendo il prefisso e- davanti a parole
della lingua anglosassone: la loro intraducibilità nella lingua italiana.
Anche
noi ci siamo divertiti a creare un termine, la e-maleducation,
costruendo la nuova parola con la stessa tecnica spesso usata dagli studenti (o
ex-studenti) che hanno qualche problema con la lingua inglese, ma che sono
dotati di una fervida fantasia. Infatti abbiamo tradotto in modo maccheronico
la parola italiana maleducazione, cercando di renderla un po’ inglese, e
attaccandoci l’immancabile e-, per far capire appunto che si tratta di un
termine strettamente collegato all’elettronica, senza della quale non avrebbe
avuto ragione di esistere.
Perché
non abbiamo coniato un e-uncouth, piuttosto che un e-ill-bred oppure un
e-ill-mannered, e-rude, in modo da rendere la parola disponibile anche nella
lingua anglosassone? Il motivo è nato dalla considerazione del fatto che questa
nuova parola non ha alcun riscontro all’estero, visto che si riferisce a un
fenomeno tipicamente italiano e perché ci è sembrato che il termine
maleducation avesse una maggiore efficacia
nel far capire a tutti gli italiani di cosa si tratta (compresi gli
studenti e soprattutto gli ex-studenti con un voto in inglese al di sotto della
sufficienza).
Veniamo
al dunque: avere un indirizzo e-mail oggi è una necessità! Chi ne è sfornito
viene guardato con sospetto. “Hai un indirizzo e-mail?”
Una risposta negativa a questa domanda fa immediatamente capire, al nostro
interlocutore, chi siamo: non solo facciamo parte dei nuovi analfabeti, cioè di
coloro che con Internet non hanno mai avuto a che fare, ma rifiutiamo anche di
adeguarci alla nuova tecnologia. Già risposte del tipo “allora il mio indirizzo è
www…” oppure “dunque, mariorossi, poi
c’è quella cosa che non so come si legge… “ (riferita all’at), evidenziano una profonda ignoranza, però lasciano
trasparire almeno la buona volontà nel volersi adeguare ai tempi. E così tutti
cercano di procurarsi un proprio indirizzo e-mail, da fornire al momento
opportuno.
Chi
è invece un assiduo utilizzatore della rete, di indirizzi e-mail ne avrà più di
uno: quello privato di tipo ufficiale, diverso da quello ufficioso da fornire
quando non si vogliono rivelare le proprie generalità, quello dell’azienda e
quelli che “tanto
sono gratis, più indirizzi e-mail mi procuro e più sono contento”.
In
questa situazione il problema è quello di andare a controllare la posta, nella
miriade di caselle attivate. E qui entra in gioco l’e-maleducation:
fornire un indirizzo e-mail, dove gli altri possono scriverci, sapendo che non
andremo a verificare la presenza di messaggi, per pigrizia o per il troppo
sforzo, denota una grave mancanza di sensibilità nei confronti degli altri. E’
come se fornissimo un numero di telefono a cui non risponderemo mai.
Aprire
poi la posta ogni tanto, così come ci capita, non migliora certo la situazione,
specie quando i nostri interlocutori si aspettano delle risposte immediate alle
loro e-mail: “ho
trovato la tua e-mail, dove mi dicevi che lunedì saresti venuto a trovarmi!
Peccato che l’ho letta con due lunedì di ritardo…”. Beh, può essere vantaggioso per chi vuole rallentare
dei rapporti con gli altri, non per chi vuole coltivarli…
Caso
ancora più grave di e-maleducation si ha
quando aziende, professionisti, giornalisti, personaggi famosi e così via
pubblicizzano il proprio indirizzo e-mail, senza fornire successivamente un
minimo cenno di riscontro a chi ha scritto. Infatti da una parte si dà il
messaggio
“sono disponibile ad ascoltare, contattami pure!” e poi la mancanza di risposta suona come un “chi se ne frega di ciò che
dici!”.
Certo
questo modo di fare non è giustificato da “ricevo tanto posta, come faccio a rispondere
a tutti” oppure “mi scrivono degli
scocciatori” oppure “ho cose più importanti da fare, che rispondere alle
lettere che mi arrivano”, perché
affermazioni di questo tipo sono analoghe agli atteggiamenti poco ortodossi
adottati da chi prima diffonde il proprio numero personale di telefono e poi
utilizza un centralino per filtrare le telefonate, rendendosi disponibile solo
ai pochi che interessano, oppure riattacca il telefono in faccia quando
dall’altro capo del filo sente una voce non gradita. Se siamo tutti d’accordo a
considerare maleducati tali
comportamenti al telefono, ci rendiamo conto di come essi risultino altrettanto
arroganti, quando si tratta della posta elettronica. Né possono valere
giustificazioni di tipo organizzativo: “quello pubblicizzato è l’indirizzo e-mail
dell’ufficio: non c’è nessuno che si occupa di controllare la posta!” Questo ai clienti non può interessare: se un
indirizzo viene indicato, si presume che qualcuno si occuperà di aprire e di
smistare la posta a chi di competenza, esattamente come si presume che ad un
numero di telefono pubblicizzato ci sia qualcuno designato a rispondere: quale
ritorno di immagine può avere un’azienda o un professionista o un ente pubblico
che abbiano il telefono che squilla invano?
Perché
l’e-maleducation è un fenomeno tutto
italiano? Per svariati motivi, non ultimo quello di considerare con poca stima
coloro che possono entrare in contatto con noi(scocciatori compresi). Poi c’è
l’atteggiamento dello struzzo: “lascio la posta lì, tanto chi se ne accorge!”. C’è il presuntuoso: “non rispondo, così faccio
vedere come sono importante!”
oppure, come già detto prima, l’analfabeta: “non so proprio come si fa”. C’è infine quello che non ha capito nulla “se c’è la segretaria che
risponde al telefono, non vedo perché devo essere io a rispondere all’e-mail
che ricevo”.
Possiamo
anche fornire qualche dato sul fenomeno dell’e-maleducation:
negli ultimi mesi abbiamo inoltrato circa 150 e-mail ad altrettanti indirizzi,
propagandati dai referenti attraverso la pubblicità sui mass-media o su pagine
web. La nostra e-mail aveva il carattere di una richiesta, a cui si poteva
tranquillamente rispondere “no, grazie” e ovviamente
non aveva contenuti offensivi, commerciali o esclusivamente propagandistici. La
percentuale delle risposte che abbiamo ricevuto è stata inferiore al 15%.
A
voi non sembra un po’ troppo quell’85%, così disponibile a pubblicizzare il
proprio indirizzo, ma poco propenso a rispondere? Speriamo che si tratti solo
di una percentuale di distratti, che si organizzi al più presto nel predisporre un sistema
automatico di risposta, per inoltrare per ogni e-mail ricevuta un messaggio di
questo tipo: “grazie
per averci scritto”: è sempre meno
maleducato che non rispondere affatto!
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